Cassese: l’Italia, una società senza Stato


(Il testo integrale è sul numero 1/2012 della rivista Il Mulino)

La lettura di Sabino Cassese al Mulino:

"L’Italia: una società senza Stato"
6 novembre 2011 – 00:27 di Luisa Torchia    [testo copiato !]
In un momento così difficile per il nostro Paese, la lezione dell’insigne giurista, tenuta nel cenacolo bolognese del Mulino davanti a un pubblico colto in cui spiccava lo stato maggiore della Banca d’Italia e la presenza dell’ex premier Romano Prodi, aiuta a comprendere i problemi di fondo dell’Italia e gli svantaggi che nascono dalla debolezza dello Stato.

 

Può una società fare a meno dello Stato? Da cosa deriva e quali sono le conseguenze della tradizionale, e perdurante, debolezza dello Stato italiano?

Nella lettura tenuta al Mulino sabato 5 novembre e intitolata "L’Italia: una società senza Stato", Sabino Cassese ha affrontato il tema con la consueta profondità, ripercorrendo con pochi tratti essenziali il secolo e mezzo di vita dello Stato italiano e la inadeguatezza delle istituzioni che ancora oggi pesa sull’Italia.

Sulla debolezza originaria del processo di formazione dello Stato italiano Cassese è tornato più volte nei suoi studi. Nelle pagine dedicate, alla fine degli anni novanta, a "Lo Stato introvabile. Modernità ed arretratezza delle istituzioni italiane", l’analisi muoveva dalla suggestione di F. Braudel sulla "insigne faiblesse" dell’Italia, collegata allo straordinario sviluppo delle città fra la metà del 1400 e la metà del 1600. Quello sviluppo ci ha dato il Rinascimento, ma è stata un ostacolo alla costruzione di un centro forte ed autorevole, di un potere pubblico che dello Stato avesse non solo la forma, ma la sostanza.

Cassese ha individuato con nitidezza, nella lettura, dove e quando questa sostanza è mancata.

Non è stata mantenuta, innanzitutto, la promessa dell’unità, perché ben dopo l’unificazione, ed ancora oggi, il paese è diviso, lo sviluppo delle diverse aree è divergente, le condizioni di vita e la distribuzione dei beni pubblici sono diseguali, e questa disuguaglianza non dipende da una scelta, ma dall’incapacità di colmare un gap territoriale ed economico che la società da sola non riesce a superare.

Non è stata mantenuta la promessa costituzionale, sia perché la Costituzione italiana è rimasta a lungo inattuata, sia perché la parte dedicata all’organizzazione dei poteri pubblici è stata disegnata pensando più al limitato Stato liberale, ormai superato, che non allo Stato amministrativo, grande distributore, grande datore di lavoro, grande regolatore dell’economia, sviluppatosi dopo il secondo dopoguerra.

Non è stata mantenuta la promessa dello sviluppo, perché alla crescita della ricchezza non si è accompagnata la produzione certa e affidabile di beni pubblici essenziali, quali, per fare solo qualche esempio, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’investimento sulla istruzione e sulla ricerca.

Fra le tante cause delle promesse tradite spicca la mancanza di una amministrazione competente ed efficiente, capace di selezionare le energie migliori, di resistere alle pressioni della politica come alla cattura degli interessi, di applicare le regole in modo imparziale. Fra le conseguenze delle promesse mancate, la principale e più grave è, forse, la diffusa mancanza di fiducia e la tendenza a supplire alle mancanze delle istituzioni con surrogati: la famiglia, le relazioni, i gruppi d’interesse, le corporazioni, Repubblica italiana delle Banane - degrado inettitudine incompetenza corruzionele regole speciali, le deroghe, i privilegi.

Succede, così, ci insegna Cassese, allo stesso tempo che lo Stato straripi, perché si occupa di tutto, ma non sia in grado di svolgere funzioni essenziali, perché rimane dominato da gruppi e interessi particolari, che imponga innumerevoli regole, ma non sia in grado di farle rispettare, che la sua presenza nella vita quotidiana sia penetrante, ma i cittadini continuino a percepirlo come entità separata e lontana [non è una percezione ma una REALTA’ oggettiva anche fisica: lo Stato ti aggredisce, viola fisicamente il tuo domicilio privato].

L’ambivalenza diventa allora il segno dominante. Persino i tentativi di rafforzare lo Stato – ad esempio costruendo amministrazioni parallele più efficienti, o agganciandosi al "vincolo esterno"europeo, o affidando funzioni pubbliche ai privati – finiscono per confermare la debolezza della macchina pubblica. La sostanza dello Stato viene cercata fuori dallo Stato.

La lucidità di quest’analisi impietosa non impedisce, però, a Cassese, di concludere chiedendosi se, invece di adagiarsi sulla facile retorica del "troppo Stato", non convenga ragionare sugli svantaggi, in Italia, di "troppo poco Stato" e, nella misura in cui a ciascuno è possibile, provare a porvi rimedio. E qui la lettura vale come lezione.

Il testo integrale dell’intervento di Sabino Cassese sarà pubblicato sul numero 1/2012 della rivista Il Mulino

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Una recensione di questo pensiero di Cassese si trova anche qui (clicca);


Pensieri simili Cassese li aveva scritti in questo libretto (dal sito IBS  corsivo mio):

Lo stato introvabile. Modernità e arretratezza delle istituzioni italiane

Sabino Cassese    Editore: Donzelli  Collana: Saggine

Anno edizione: 1998      Pagine: 91 p.

recensione di Bobbio, L., L’Indice 1998, n. 5
Sabino Cassese prende le mosse dagli interrogativi che si aprono dopo il successo italiano in Europa e mette il dito su una questione cruciale di cui tutti noi abbiamo una qualche coscienza anche se spesso tendiamo a relegarla in un angolo perché ci appare troppo ingombrante. Si tratta di quello che Cassese definisce i "livelli di statualità", ossia il divario – per non dire il baratro – che separa il nostro stato da quello dei nostri partner europei.
Il pregio fondamentale del saggio di Cassese consiste nella sua capacità di guardare alle radici di questo "dislivello". I difetti dello Stato italiano, che ne fanno oggi uno "stato introvabile", costituiscono infatti un marchio originario. Lo Stato si costituì nel clima del liberalismo autoritario di fine Ottocento all’insegna di un paradosso. Nacque debole e reagì alla propria debolezza acquisendo poteri spropositati. Alla pubblica amministrazione furono conferiti privilegi incomparabili rispetto agli altri paesi europei. Fu negata ogni forma di "cittadinanza amministrativa". Fu elaborata da parte dei giuristi una concezione assoluta della sovranità. Gradatamente lo Stato finì per inglobare molte espressioni della società civile (molto prima che si cominciasse a parlare dello Stato sociale). Sono esemplari le vicende di associazioni di privati cittadini come il comitato olimpico, il club degli automobilisti o gli ordini professionali che nella prima metà del secolo furono attratte nell’orbita dello Stato e trasformate in enti pubblici. Ma la crescente potenza dello Stato si accompagnò a una crescente debolezza. Alla fine ci troviamo di fronte a uno Stato che "si ingerisce in ogni cosa, senza, poi, riuscire a far valere gli interessi pubblici che motivano tale ingerenza".
C’era da un lato il modello" étatiste" francese basato su una burocrazia professionale e coesa e, dall’altro, il modello inglese della "statess society". L’Italia inseguì il primo in modo superficiale, accentuandone i tratti autoritari e pervasivi, guardò spesso al secondo senza riuscire a innestare nel proprio ordinamento quei diritti di cittadinanza amministrativa che esso proponeva.
Il quadro tracciato da Cassese appare amaro e sconsolante. Quel marchio originario pesa ancora oggi e l’età repubblicana non ha fatto che accentuarne gli aspetti negativi attraverso la continua dilatazione di uno Stato onnipresente e permeabile. Alla fine della lettura si può avere l’impressione che il saggio di Cassese appartenga a un genere letterario molto frequentato nel nostro paese da parte di intellettuali esterofili: quello in cui la denuncia degli abissi che ci separano dagli altri paesi si accompagna a una contemplazione inorridita del baratro e non lascia intravedere alcuna via di scampo. Ma sapendo che Sabino Cassese è stato il più audace e fermo riformatore della pubblica amministrazione che l’Italia abbia mai avuto, tale rimprovero appare fuor di luogo. Il saggio si configura piuttosto come la "pars destruens", che segue (insolitamente) quella" pars construens "che lo stesso Cassese, prima come studioso, poi come ministro e poi nuovamente come studioso, ha già ampiamente praticato, più di chiunque altro.

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