In Inghilterra le regole le rispettano tutti, in ItaGlia nessuno: un libro confronta i 2 paesi

(nel Regno Unito) “… L’Impero non c’è più, la burocrazia è rimasta, con il suo lato ottuso, come tutte le burocrazie.  Ma Internet li salva. Sul web è possibile risolvere ogni problema.   Uno dei commensali, inglese, racconta di essere rimasto stupito – addirittura lui inglese – perché credendo di aver versato più del dovuto di tasse ha mandato un’email all’Agenzia delle entrate.  Hanno verificato, aveva ragione e nel giro di tre giorni gli hanno riaccreditato i soldi sul conto corrente” .   

In 3 (tre) giorni e con email, in Inghilterra si comunica con la pubblica amministrazione, e si risolvono i problemi.  In 3 giorni, con le email.

        (da La Repubblica) recensione di Caterina Soffici “Italia yes, Italia no” che confronta il rispetto delle regole, la civiltà, l’efficienza, la responsabilità inglesi, con le proverbiali cialtroneria, pressapochismo, provincialismo, chiusura mentale e pizzamandolinismo itaGliane.

Sotto copio il testo mettendo in grassetto le parti per me importanti di questo libro che leggerò.

Paese scarpa - pizza mandolino madonne corni banane

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Verso Londra i nuovi migranti: il confronto impietoso tra Italia e Gran Bretagna

A Londra si vive peggio, ma si sta meglio,  sintetizza con intrigante controsenso Caterina Soffici nel suo libro  Italia Yes, Italia no (Feltrinelli), compendio delle ragioni che spingono migliaia di italiani, (e non più solo studenti o laureati, ma anche giovani a caccia di un lavoro qualsiasi), a lasciare l’Italia per trasferirsi in Inghilterra. Eppure, nel Regno unito il clima è pessimo, si fa la coda per tutto, la società è classista e, a cominciare dalla scuola pubblica destinata ai perdenti mentre i carissimi college privati fanno da filtro all’eccellenza, dai doveri non si scappa. Elenca i pro e i contro di una scelta che al primo sguardo appare paradossale, Caterina Soffici, scrittrice abituata a vivere fra i due paesi , già autrice del fortunato Ma le donne no, dedicato al maschilismo strisciante così diffuso in Italia. E via allora con l’eccentrica gara, con una premessa che contiene  tutti i perché del no al nostro Paese, opzione che ormai coinvolge decine di migliaia di persone: l’Italia non è un paese normale, l’Inghilterra sì. Se da noi il futuro appare incerto, oltre la Manica, grazie a regole chiare anche se severe, è visibile all’orizzonte. La scuola non illude e la selezione comincia da subito,  va avanti il merito e non c’è raccomandazione  che tenga a fare da imbuto al lavoro.
          Nel Regno Unito la società è davvero multietnica e  sono rari razzismo e omofobia; le tasse le pagano tutti e l’evasione è punita davvero, perfino con il carcere. E tutti, proprio tutti (potente metafora di quella società) si mettono in coda per qualsiasi cosa. E in fila restano ordinati e pazienti, senza fare furbate per scavalcare o prevaricare…insomma in quel paese la vita è dura, ma è quella che ti aspetti: tra i politici chi sbaglia paga e si dimette,  c’è un sano nazionalismo orgoglioso, la gente si lamenta di meno e, soprattutto,  anche se con qualche eccezione, non si è faziosi per principio.
Racconta il confronto, metropolitano e no tra noi e l’Inghilterra, Caterina  Soffici; parla delle madri e delle scuole, delle donne che possono andare in Tv anche se hanno le rughe e i capelli bianchi, delle opportunità e della meritocrazia e, sì, anche dei prezzi che si pagano per tutto questo. E’ un dibattito, un po’ antropologico, ma anche molto basato sui fatti quello che offre Italia yes e Italia no, che cosa capisci del nostro Paese quando vai a vivere a Londra e, alla fine, vince il “no” perché  quello, almeno per ora, è un posto normale, mentre  l’ Italia è un’emergenza continua.
Ogni anno cinquemila laureati lasciano l’Italia, una fetta importante sceglie Londra. Si percepisce in città questo incremento di migranti acculturati?
“Sì, molto. Ma credo sia un fenomeno diverso e nuovo rispetto alla fuga dei cervelli di cui si parlava negli anni passati. Prima erano principalmente studenti che volevano fare ricerca e rimanere nell’ambito universitario o trovare comunque dei lavori in linea con il proprio profilo di studi e arricchire il curriculum. Volevano cioè percorrere una strada che in Italia era sbarrata dalle clientele, dai nepotismi e dalle baronie universitarie che ben conosciamo. Ora arrivano disposti a fare qualunque lavoro. Li trovi come camerieri e baristi nei caffè o nei ristoranti italiani. Soprattutto in quelli di catena, tipo Caffè Nero, perché c’è una sorta di passa parola e di solidarietà nazionale.
Pare riproporsi l’eterno dilemma di Nino Manfredi in Pane e Cioccolata, il film sull’emigrante in Svizzera negli anni Settanta, che a un certo punto si chiede: ma se devi fare lavori così umili, non è meglio farli in Italia? Ogni volta che ho girato il dilemma di Manfredi ai laureati italiani qui a Londra come camerieri, commessi o aiuti cuoco la risposta è stata una sola: “No, meglio qui. Perché qui ho una speranza che sia solo una situazione temporanea. Lavoro per mantenermi in attesa di fare i colloqui e trovare di meglio”.
Qui si intravede un futuro a portata di mano, mentre in Italia no. Poi intendiamoci, non è tutto oro quello che luccica: infatti il Consolato d’Italia ha istituito una task force e fanno dei corsi appositi per spiegare ai giovani appena sbarcati sul suolo britannico come non farsi fregare e/o sfruttare da datori di lavoro senza scrupoli e/o padroni di casa truffaldini. Si chiama Primo Approdo ed è stato creato recentemente, prima di Natale, per aiutare questa fiumana di persone in arrivo. Solo a gennaio sono stati 2.300 i nuovi iscritti nei registro degli italiani residenti all’estero di Londra. Sono i dati ufficiali del consolato, per avere i dati reali degli arrivi, il numero va almeno triplicato, perche la maggior parte non si registra. Negli ultimi due anni sono arrivati più di 90mila italiani”.
Italiani: i pro e i contro del vivere a Londra.
“Come racconto nel mio libro Italia Yes, Italia No (Feltrinelli) Londra è il luogo che nell’immaginario collettivo dell’italiano sembra possedere tutto quello che a noi manca: serietà, organizzazione, buona educazione, apertura verso il mondo. In effetti, quando ti trovi a vivere in un paese dove le code sono proverbiali e le regole sono fatte per essere rispettate e non per essere infrante, ti senti bene. Soprattutto venendo da un paese dove invece si premiano i furbi e si denigrano gli onesti, dove che si comporta bene fa la figura del fesso, dove chi sbaglia non paga mai e dove nessuno, ma specialmente i politici, si dimettono, anche se palesemente corrotti.
A Londra non sono degli stinchi di santo. Da quando sono qui è successo di tutto. C’è stato lo scandalo dei politici che facevano la cresta sulle note spese. Abbiamo avuto il Tabloidgate, con i giornalisti del gruppo Murdoch che corrompevano poliziotti per avere informazioni private sulle vita dei vip e intercettavano abusivamente le loro telefonate. Abbiamo avuto lo scandalo dei conduttori tv della Bbc pedofili. Non ci siamo fatti mancare nulla, insomma. Ma la vera differenza è che in tutti i casi citati i responsabili hanno dato le dimissioni e sono finiti in carcere.
In un giusto mix di pro e contro metterei la scuola: a Londra l’istruzione pubblica è pessima, mentre quella privata è d’eccellenza. Un po’ come in America. Ci sono borse di studio per i meritevoli, ma non ho trovato questa meritocrazia che noi tanto citiamo quando parliamo della Gran Bretagna. O almeno non come la immaginiamo noi. I migliori vengono premiati, questo è vero. Ma per essere tra i migliori devi nascere dalla parte giusta. Il figlio di un idarulico di Manchester molto difficilmente avrà la possibilià di andare all’università o di fare carriera.
Io dico che a Londra si vive peggio ma si sta meglio, perché ti senti un cittadino con dei diritti. Londra non è meglio dell’Italia, ma qui si trova la banalità della normalità. Si esce dall’emergenza continua e si può programmare una vita normale”.
I Londinesi  hanno un debole per il made in Italy (cibo in testa). Che effetto fa?
“E’ vero, gli inglesi vanno pazzi per l’Italia. Il cibo è la cosa che apprezzano di più. Non solo ristoranti e pizzerie, che sono un classico. Ma anche nei supermercati la parola “italian” è sempre associata a qualcosa che per loro rappresenta l’eccellenza. Poi scopri che l’italian parmisan non ha niente a che vedere con il nostro parmigiano, ma questo è un altro discorso. I londinesi considerano  il loro italian parmisan un formaggio pregiato.
La moda e il lusso sono i nostri cavalli da battaglia. L’Italia per gli inglesi è soprattutto Dolce Vita, intesa come un mix di buon gusto, saper vivere, bellezza, arte, cultura, cibo e vino.  Hanno questa idea un po’ bucolica e idilliaca del nostro paese. Lo vedono come la mèta perfetta per una vacanza. Non conosco un inglese che andrebbe a vivere in Italia per iniziare un business o aprire un’attività. Infatti capita che te lo chiedono: perché siete venuti a Londra? Non si vive megio in Italia? Ne conosco tanti che aspettano solo di andare in pensione per poter svernare sulle nostre coste, nelle campagne della Toscana e sui laghi, che a loro piacciono tanto. Lake Como e Lake Garda sono tra le destinazioni più gettonate, oltre le solite tratte Venezia, Firenze, Roma oppure Capri, Ischia e Napoli.
Fa un brutto effetto però quando apri una guida turistica inglese e ancora si descrive l’italiano come un truffatore o ladruncolo e si consiglia al turista di stare attenti ai tassisti e lasciare l’orologio prezioso nella cassaforte dell’albergo. Oppure nel periodo del Bunga Bunga c’era da piangere quando aprivi i giornali ed erano pieni di vignette con Berlusconi nudo e le ministre in topless che facevano riunioni di  governo nella Jacuzzi. Ma sono piccoli particolari: gli inglesi ci amano più di quanto noi amiamo loro. Questo è sicuro”.
Caterina Soffici
Italia Yes, Italia no    Feltrinelli Pag 142, euro 14

(12 marzo 2014)

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