Ennio Flaiano secondo Massimo Raffaeli – Wikiradio

Flaiano x 3

ENNIO FLAIANO

da WikiRadio – (trascritto appena ridotto da Massimo D’Angeli, audio preso da Wikiradio – Radio3 RAI 5/3/12)  (voce di Massimo Raffaeli; G=Giornalista) [le parti tra parentesi quadre sono mie, per spiegazione o come titoli inventati da me] (trascritto con ore di lavoro come omaggio a Flaiano, pregando di citarmi in caso di riuso di materiale comunque di Raffaeli e di Wikiradio) (canzone “Oh com’è bello sentirsi – clicca)

[ STARE ASSOLUTAMENTE IMMOBILE ]

Chi è veramente Ennio Flaiano ?

       La più nota enciclopedia popolare in Internet fornisce, dopo le date di nascita e morte (Pescara 5/3/1910, Roma 20/11/1972), fornisce, in ordine di apparizione si direbbe, un autentico elenco di attività: giornalista, scrittore, umorista, critico letterario, critico cinematografico, critico teatrale, drammaturgo, elzevirista.  Sembrerà strano ma ne mancano almeno 2: una, quella che forse lo ha reso famoso specie negli anni ’60, ambiguamente famoso, quella di sceneggiatore (specie nei film di Fellini, da "I vitelloni" a "Otto e mezzo"), e poi manca un’attività – che specie nei suoi ultimi anni di una vita troppo breve – Flaiano sottotraccia aveva alimentato, che è quella del disegnatore: in una serie, in una vera e propria suite di matite, acquetinte, di vere e proprie incisioni con la matita, che lo apparentano ad alcuni dei più antichi compagni di strada e maestri per certi aspetti, e cioè Leo Longanesi e Mino Maccari.

  • G. "Riuniti in un club i belgi più intelligenti" (è un titolo di un giornale, una notizia) in base al Quoziente di Intelligenza si è ammessi o no a questo circolo. Lei si ritiene intelligente Flaiano ?"

  • F. "Ah, ecco, questa qui è una domanda che io mi faccio spesso !…, per esempio io la mattina presto io non riesco neanche a formularla !"

  • G. "Comunque alla fine arriva a rispondersi «si» ?"

  • F. "No, non arrivo a rispondermi «si». Sono, sono pieno di dubbi. E comunque non credo che l’intelligenza sia la mia qualità migliore. La mia qualità migliore è la capacità di stare … assolutamente immobile"

      Un lettore di oggi potrebbe anche pensare che Ennio Flaiano è stato troppe cose insieme, per essere una cosa sola. Oggi che ognuno di noi, ogni lettore vive una vera e propria metafisica dello scrittore compiuto, o meglio se del romanzo compiuto, incasellabile, rubricabile.

      Eppure Flaiano, pur essendo stato tutte quelle cose insieme, sia detto oggi guardando a ieri, è stato uno dei nostri scrittori – Flaiano non tollera, proprio perché le sue benemerenze culturali sono così plurime, non tollera una classificazione rigida, netta se non quella di scrittore, senza possibili aggettivi appunto. E fra gli scrittori più irripetibili, diciamo semplicemente più singolari e più originali nel senso pieno, del nostro dopoguerra.

      Fatto sta che questo "pigro che scrive sempre" – è una delle sue mille autodefinizioni – ha pubblicato appena 6 libri in vita sua, un solo romanzo ("Il tempo di uccidere"), e alcune raccolte di aforismi, di elzeviri, di pezzi giornalistici, di pagine di diario. Appena 6 piccoli volumi al cospetto di migliaia e migliaia di pagine che noi oggi leggiamo in una superba edizione Adelphi curata da Anna Longoni che, con Maria Corti (che molti di noi lettori compiangono, una grande filologa e scrittrice), già negli anni ’80 aveva messo insieme questo autentico iceberg troppo tempo sommerso che è "L’officina di scrittore" di Flaiano.

[ SCENEGGIATORE ]

      Si è detto prima Fellini, ma è stato sceneggiatore di Antonioni, di Rossellini, di Mario Soldati, di Monicelli, di Blasetti, di Pietrangeli. Il rapporto di Flaiano in vita col cinema è stato molto più complesso e molto più contorto anche di quanto non si possa oggi immaginare. Flaiano ha scritto tante sceneggiature, ma solo di alcune noi possiamo ipotizzare la presenza forte della sua mano; nello stesso tempo cercava, ha cercato forse (almeno negli ultimi anni della sua vita) di firmare un’opera cinematografica, di essere egli stesso cineasta a pieno titolo, eppure non lo ha mai fatto.

      A un certo punto Flaiano è letteralmente scappato dal cinema, non solo per i noti aneddoti – sentendosi sottovalutato specialmente da Fellini, che nel viaggio diretto a Los Angeles per l’Oscar lo fa viaggiare in classe popolare e non in business class – non solo per questo, ma forse per un motivo più profondo; il cinema per Flaiano era davvero il suo "battutismo presunto". Era la mano sinistra, una gran mano che si guadagnava il pane e ogni tanto concedeva le perle del suo sguardo micidiale, penetrante. Fuggire dal cinema a un certo punto voleva dire per Flaiano molto di più che fuggire dal cinema, perché il cinema degli anni di Flaiano è Hollywood a Roma, quindi fuggire dal cinema vuol dire in realtà fuggire dall’Italia, fuggire da un paese che forse alla fine Flaiano amava troppo, o non amava più, avendolo indagato fino al suo estremo spettro.

[canzone di Maria Monti e Gigi Proietti "Oh, come è bello sentirsi” (profondamente intelligenti)] (disponibile in basso !   (1) ]

[ UN MARZIANO A ROMA ]

      Si è detto "giornalista", ha lavorato nell’anteguerra a Omnibus, poi a Oggi, poi a Il Mondo, poi infine a Il Corriere della sera, anche come elzevirista. Si è detto "drammaturgo", bene, oggi sappiamo che Flaiano ha dato un piccolo grande capolavoro tra i pochi del nostro teatro contemporaneo, con "Un marziano a Roma" che a Roma stessa il 23 novembre del ’60 conobbe un fiasco assolutamente clamoroso, nonostante la presenza in scena, come protagonista, di Vittorio Gassman.

[ brano da "Un marziano a Roma"] "Oggi un marziano è sceso con la sua aeronave a Villa Borghese, nel prato del Galoppatoio ……. "

      Tuttavia la sua immagine, depositata nel senso comune, fino a ieri se non proprio all’altro ieri, è stata l’immagine in fondo più facile e più falsa: basta ancora aprire Internet e la prima cosa che emerge di Ennio Flaiano sono i suoi meravigliosi aforismi, tuttavia degradati in forma di battute. Glie ne sono state attribuite molte che appartenevano ai suoi amici Longanesi e Maccari, ma molte sono sue e emergono da una riflessione che come vedremo è tutt’altro che legata al presente della piccola cronaca, al giorno per giorno delle cose che entrano e spariscono dai nostri giornali. Tra le sue più famose, è bene ricordarle :

"La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria", oppure

"Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore", o anche, ed è già un aforisma meravigliosamente bislacco, poetico, si direbbe dadaista, se Flaiano stesso non avrebbe detestato ogni etichetta di tipo avanguardistico …

"In Italia, la linea più breve è sempre l’arabesco"

[canzone "Oh, come è bello sentirsi profondamente intelligenti"]

[ IL CAFFE’ LETTERARIO ]

      Questo grande scrittore di aforismi, scambiato troppo a lungo per un battutista, era – i pochi materiali filmati ce lo mostrano sempre corrucciato, nella sua nerezza corvina di baffi e capelli – quest’uomo, era un uomo molto malinconico, non solo un uomo molto laconico. E il set naturale della sua malinconia, cioè di un umore nero che metabolizza ogni occasione percettiva, ogni fatto della vita quotidiana, il set più naturale per lui, quello quotidiano, era un piccolo perimetro del centro di Roma che sta tra Via della Croce, Via Veneto, e Piazza del popolo.

  • F. "Ecco, il Caffè Letterario aveva questa funzione, di «pulire» un po’ l’ambiente, vero ? Non permetteva che l’industria culturale … osannasse al primo cretino arrivato. Il Caffè metteva immediatamente i puntini sulle «i», cioè si incontravano delle persone pressappoco degli stessi gusti oppure anche di gusti diversi, e stabilivano se certe cose avevano valore o no"
  • G. "Da tutto questo viene fuori forse un’immagine un po’ …. musona del Caffè Letterario "
  • F. "No ! Nient’affatto musona ! perché era basata sullo spirito. Al Caffè Letterario non ci si stava senza spirito, oppure ci si stava ma si ascoltava gli altri"

      E’ lì che molte foto d’epoca – specie negli anni in cui Flaiano è conosciuto come un grande giornalista, tra Oggi, Il Mondo, e altre testate della cosiddetta "terza forza" né democristiana né comunista – è lì che Flaiano viene fotografato fra gli abitué, fra i letterati abitué che hanno forse conosciuto – come diceva uno di loro, Sandro De Feo – il miele della decadenza. Lo immaginiamo seduto vicino a Vincenzo Cardarelli, col suo cappotto anche a ferragosto, con le sue battute mordaci, brucianti; allo stesso Sandro De Feo, grande critico teatrale e scrittore decisamente importante, lo scrittore de "I racconti della giudia", di un bellissimo romanzo che piaceva a Montale come "Gli inganni". Vicino a Vincenzo Talarico che piaceva molto a Flaiano anche per la sua straordinaria capacità di mutante, attore, memorialista, scrittore. Vicino a Salvatore Bruno, che Flaiano vede nell’antica fiaschetteria Beltrame, da Cesaretto in Via della Croce, e Salvatore Bruno è il primo romanziere del calcio in Italia, o della sua ossessione – pubblica "L’Allenatore" nel ’63 – e proprio a Salvatore Bruno, Ennio Flaiano scriverà una delle sue ultime più straordinariamente melanconiche e preveggenti lettere, su di sé e sull’Italia.

[ ROMA GENEROSA ]

      Quest’uomo falsamente pigro, quest’uomo che ha visto sceneggiando "La dolce vita" nel boom economico, nel cosiddetto "miracolo economico" – in realtà un’era glaciale – vedeva Roma in un modo tutto particolare.

  • G. "Sembra quasi impossibile Flaiano, ma ricorre ancora una certa favola su Roma, e ricorre qua e là sui giornali, nei discorsi della gente, quell’astio verso Roma. Cioè come di una cosa così ormai entrata nella barzelletta come una città addormentata, città pigra eccetera, come una città per la quale non c’è niente da fare. Tu che ne dici ?
  • F. "Mah, questo è un luogo comune su Roma. E’ un luogo comune tanto più impressionante se si pensa che gli italiani quando parlano …. in Italia in genere si dimostrano un’animo di salvatori, eccezionali, non solo ….ma di conservatori e di propugnatori di nuove idee . Per esempio, ma questo succede leggendo i giornali ogni giorno, gli italiani si dimostrano preoccupatissimi di salvare i parchi nazionali è vero ? … le spiagge, non parliamo di Venezia…
  • G. "Firenze"
  • F. "Firenze, non parliamo di salvare il nord dall’invasione del sud, non parliamo della Torre di Pisa. Ora, però, questo… diciamo questo genio da buon samaritano che è così insito nel nostro carattere, viene meno, sparisce, si offusca quando si comincia a parlare di Roma"
  • G. "Cioè Roma non vale la pena di salvarla, quasi"
  • F. "Mah addirittura non vale la pena! Assolutamente. Cioè è una città che ospita molti non-romani, anche io sono non-romano"
  • G. "Si nemmeno io sono romano"
  • F. "Mah sappiamo benissimo quali sono le caratteristiche principali di Roma, quali sono le doti principali di Roma, cioè una enorme, straordinaria, incredibile generosità. Di fronte a questo fatto che «Roma non si deve», non si deve salvare, ma anche se è possibile bisogna offendere, questo mi fa pensare …. come quelli che vanno al giardino zoologico a tirare… non so, le patate a un ippopotamo: cosa vuole che glie ne importa all’ippopotamo di una patata ? non la sente nemmeno sul groppone! Così Roma effettivamente non sente queste accuse … quasi sempre disinvolte, che gli vengono lanciate"

[ ANALISI DELL’ITALIANITA’ ]

      Roma per lui era semplicemente una metafora, o forse, come dicono gli studiosi di retorica, una sineddoche, una parte per il tutto. Insoma Roma era l’Italia e l’italianità miniaturizzata una volta per sempre. Dunque quelle sue battute al margine di un caffè, quelle sue acide e nello stesso tempo magiche parole sull’Italia e sugli italiani, non solo hanno una tradizione alle spalle mai proclamata eppure vivissima – si pensi al Dialogo leopardiano sui costumi degli italiani – ma sono in realtà conclusioni, "clausole" come si dice, di un pensiero fisso, di un pensiero dominante, si direbbe "ininterrotto" : Che cos’è l’italianità ? Che cosa vuol dire qui e ora, negli anni che vanno dalla ricostruzione al pieno boom economico, sentirsi, vivere, essere italiani. La romanità è solo la maschera locale della italianità, per Ennio Flaiano. Egli è un vero e proprio antropologo dell’Italia, e intorno a questa idea-forza, come per cerchi concentrici, si espandono le sue pagine, quelle dei racconti, quelle dei romanzi, quelle dei diari. In realtà la sua malinconia, che qualcuno ha preso per cinismo, la sua capacità di ribaltare e di demolire qualsiasi luogo comune, vengono da uno scetticismo, che non è mai cinismo appunto, per cui ci si duole del fatto, continuamente confermato, che gli italiani non credono davvero che nulla esista e possa durare.

      La sua opera teatrale più nota, come si diceva "il suo fiasco più clamoroso" , "Un marziano a Roma", ha la forza di una vera e propria parabola.

[brani da "Un marziano a Roma" ]

      Il marziano arriva a Roma stupendo le folle, è oggetto di culto idolatrico, viene interrogato, intervistato, toccato come se fosse una reliquia solenne. Poi via via il marziano viene acclimatandosi, e intorno a lui il clamore viene scemando, fino a che il marziano diventa una piccola macchietta da trattoria, una specie di intruso, una specie di bestia folclorica.      Bene, io non credo che si possa dire troppo, dicendo che in quella figura c’è qualcosa di profondamente cristiano, e che nella parabola del marziano stesso, c’è agli occhi di Ennio Flaiano il sospetto di una profonda generalizzata irreligiosità, di una profonda miscredenza, di un popolo che in realtà, come lui scrisse una volta, assomiglia troppo a Don Abbondio.

[brani da "Un marziano a Roma" ]

      Spesso si è pensato a Ennio Flaiano come uno "scrittore mancato", fra le troppe sue potenzialità, o addirittura come a un "autore seppellito" tra i troppi suoi testi inconclusi e dispersivi. Qualuno ha detto addirittura che Ennio Flaiano è stato un martire, e cioè un testimone e vittima insieme delle sue troppe attitudini e delle sue troppe attività.

[ TEMPO DI UCCIDERE ]

      Eppure questi nostalgici dell "Opera" con la "O" maiuscola, dimenticano che Ennio Flaiano ha scritto uno dei romanzi più singolari e più importanti del dopoguerra, un romanzo che la leggenda dice abbia scritto in meno di 3 mesi su ingiunzione, più che su richiesta, dell’amico Leo Longanesi, ed è "Tempo di uccidere" che esce nel ’47. Un romanzo pluripremiato, accolto quasi con sgomento e disorientamento dalla critica, e che, venendo da una specie di "nulla artistico", approderà presto a un altro "nulla", un "nulla" postumo, che solo di recente è stato violato da – per fortuna – una nuova generazione di lettori.

[brani da "Il tempo di uccidere"]

      Che cos’è "Tempo di uccidere" ? E’ un’opera che i nuovi lettori di Flaiano, e non sono pochi, associano immediatamente a un clima, paradossalmente, molto poco italiano. Scritto in pieno neorealismo, se c’è un’opera che il lettore lega immediatamente aprendolo è "Lo straniero" di Albert Camus. Che cosa racconta "Tempo di uccidere" ? Questa parola è già indiziata. Diciamo che "Tempo di uccidere" non racconta nulla ma insegue una specie di antipode dall’Italia; è forse il solo romanzo coloniale, ambientato in Africa – Flaiano conosceva in prima persona l’Etiopia e cosa era stata la guerra d’Africa – è la storia di un lungo vagabondaggio di un soldato che presto diviene un reduce, che ha un ambiguo rapporto con il suo paese, con il suo esercito, con il regime che noi immaginiamo sta alle spalle, che ha un ambiguo rapporto con gli esseri che incontra, e in particolare con l’universo femminile che gli è dato di incontrare.

      E’ un romanzo in realtà di una deriva in cui a un certo punto, come fosse un emblema del male di vivere, compare una misteriosa malattia che ha i tratti davvero inverecondi, della lebbra. E forse è vano chiedersi come e perché Ennio Flaiano abbia deciso di scrivere un romanzo, e questo romanzo. Certo che il suo "mal d’Africa" viene smaltito, a poco a poco riassorbito, con la coscienza di essere in un’altrove – l’Africa rispetto all’Italia – eppure di sentirsi assediato dalla terra d’origine.

      Non è un caso che quando Ennio Flaiano – che scrive al culmine della giovinezza "Tempo di uccidere" – ritorna non proprio al romanzo ma al racconto lungo, intitolandolo "Melampus", lo fa negli ultimi anni, si direbbe negli ultimi mesi della sua vita – è un’opera del ’69 che esce appena 3 anni prima della sua morte, verrà portata al cinema da Marco Ferreri con un titolo mutato, "La cagna" e con 2 grandi attori, Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni – "Melampus" è un’opera che non assomiglia a "Il tempo di uccidere" se non nell’inseguimento, ancora una volta, di un "altrove" dall’Italia. Qui il personaggio è evidentemente autobiografico, non è più un giovane ma un uomo maturo, e l’ "altrove" non è più l’Africa torbida, conradiana, di uno stolto sogno coloniale, ma è l’America delle avanguardie anni ’60, dei movimenti di contestazione, di una nouvelle vague che sembra permanente. Anche questa è una storia però di un uomo che non trova in realtà conforto, in questo "altrove" coatto, coattivo che sempre gli si ripresenta. Ancora una volta quest’uomo sente su di se delle "stimmate" – la sua italianità, quelle che oggi si chiamano con una parola forse troppo grossa "le proprie radici" – e che quindi in America vede fatalmente fallire le sue velleità, le sue aspirazioni al cambiamento, il suo voler essere diverso insomma, e non poterlo essere. Per lui, quando chiude Melampus, e stavolta lui vuol dire proprio Ennio Flaiano, non può esserci mai "altrove" , e il fatto è che il contrario di questo "altrove impossibile" è un grande nulla (2), da cui Flaiano sempre vuole fuggire, di cui è uno straordinario sintomatologo, "antropologo" si è detto, e questo nulla ha i tratti di un’ossessione e si chiama "Italia".

      Poco prima di morire in un’altra sua pagina, stavolta di diario, il "Diario degli errori", Flaiano ha scritto uno degli aforismi più atroci e più alti:

"Una volta credevo che il contrario della verità fosse l’errore, e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, e l’errore un altro errore" (3)


ALCUNI AFORISMI trovati in rete

  • La stupidità ha fatto progressi enormi
  • La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia
  • In altri paesi la rivoluzione si fa; in Italia la si recita



(1) canzone “Oh com’è bello sentirsi”  mp3 clicca, cantata da Maria Monti e Gigi Proietti, autori Flaiano e Proietti

(2) Un libro di J. Ellroy si intitola “Il grande nulla”

(3) L’ultima frase ricorda 1984 di Orwell

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