Libro sul crollo russo post-zarista: per capire l’Italia guardandola dall’esterno

                 Essere “Straniero in patria” è lo strumento indispensabile ad ogni sociologo, o studioso di psicologia sociale o tutta, per capire un paese, un contesto.  Tutti siamo vittime della propaganda di ogni Stato; in Italia si è sempre raccontato che “i nostri soldati erano eroi che combattevano per la libertà” : la stessa identica cosa raccontata in ciascuna delle 170 nazioni del mondo.  Non si capisce come abbiano fatto questi eroi a invadere Grecia ed Libia, a gasare i cittadini dell’Eritrea.   

         Insomma è necessario vedere il proprio paese con gli occhi di uno straniero.  Riuscirci al 100% è impossibile, tutti siamo condizionati; riuscirci in parte è molto difficile perché le tue “certezze” saranno stravolte.   

Il crollo russo; dallo zarismo al bolscevismo.  Gayda V.

        Qui ti propongo un espediente per capire l’Italia:  se purtroppo sei nato in italia, allora sarai straniero mentre leggerai questo bello e utile libro di Virginio Gayda  “Il crollo russo: dallo zarismo al bolscevismo(vari formati).   Se ci aggiungi l’ingrediente della scaltrezza e della necessaria sfiducia in ogni Stato  Occhiolino, se ogni tanto ti viene un paragone anche con la tua patria, sei sulla buona strada per capire la forma di alcune radici storiche e sociali dell’attuale autolesionista e tragicomico disastro italiano.  Nel libro troverai la stessa irresponsabilità, il fatalismo, la cialtroneria, la disorganizzazione, le mentalità primitive e familistiche che vedi in Italia.

Finalmente la verità su Stefano Cucchi: si uccise lui per sciopero della fame

morto per malnutrizione” è la causa della morte di Stefano Cucchi, la persona che anni fa la Polizia prese in carico, e glie lo restituì “un po’ più rigido”.  Lo sentenzia un tribunale, non sappiamo se a qualcuno sia scappato da ridere, della Repvbblica Italiana il 14/12/2012.

repubblica_italiana delle Banane La Polizia lo prese, dopo  averlo tenuto a sé picchiandolo (lo fanno anche con Presidenti e Ministri ), e con la collusione passiva di medici e infermieri dell’Ospedale “Pertini” lo uccise … almeno così ci sembrava.
Il nome “Sandro Pertini” sembrava macchiato da questi cialtroni di sanitari, ma oggi emerge finalmente la verità: Cucchi morì per “grave carenza di cibo e liquidi” (= morto di fame); ma una fonte che per ora non possiamo rivelare ci assicura, mentre parla al telefono con la Befana, che in realtà Stefano Cucchi stava facendo uno sciopero della fame ! solo che il motivo lo sapeva solo lui. Stefano Cucchi

        Stefano poi fece di tutto per farsi arrestare e si mise a colpire col suo osso sacro e con la sua testa degli spigoli di mobili, dei manganelli, addirittura dei piedi di agenti (uno di questi “agenti” se non avesse avuto gli anfibi si sarebbe fatto male). Ora i familiari dovranno risarcire la Polizia per gli arredi e gli oggetti che Stefano danneggiò, e lo Stato per le spese che dovette sostenere per un’azione, lo sciopero della fame, che ovviamente resta una iniziativa privata e non a spese della Repvbblica Italiana;i familiari e soprattutto la sorella Ilaria [FILMATO] la finiranno di sparare tutte quelle cazzate: per un suicida ci hanno rotto le palle tutti questi anni !Stefano Cucchi morto di fame e Gesu morto di freddo

Il lavoro uccide: suicida per mobbing

   Ha ragione Silvana Catalano: il lavoro uccide.  In tanti modi.  Mentre non manca chi si indigna per i morti da carenza di misure di sicurezza fisica, quasi non esiste chi denuncia l’abissale degrado psicosociale di vari contesti lavorativi italiani.

Il lavoro uccide - Silvana Catalano

   Apprendiamo che un operaio è morto (tramite suicidio) a causa del lavoro; il mobbing o comunque il degrado psicosociale (carenze organizzative, vessazioni, ricatti, minacce, aggressioni, demansionamento, cricche) uccide le persone.  Il sito GoBari riferisce di problemi frequenti in tutti i posti di lavoro, ma dei quali non si può parlare a causa dell’aura mitologica che ricopre i posti di lavoro, autentici luoghi di degrado umano, morale:

Bari – Si chiamava Enzo Pavone, aveva 40 anni e si è ucciso buttandosi dal balcone della Ripartizione edilizia in …… Era un operaio della Multiservizi di Bari e con l’azienda oggi commissariata aveva un rapporto difficile: aveva avuto la forza di denunciare il mobbing subito, una situazione che l’aveva portato anche a curarsi in una clinica psichiatrica. L’annuncio del suicidio lo ha dato Michele Emiliano …. "Stamattina un operaio della Multiservizi si è suicidato ….. Ho disposto un’indagine approfondita perchè i fatti potrebbero essere collegati alla difficile situazione ambientale dell’azienda. Tutti coloro che hanno qualcosa da riferire possono contattare il Comandante della Polizia Municipale che sta indagando". Enzo ha lasciato un biglietto prima di compiere il volo verso la morte: "Non ce la faccio più in questa Mafia".
Nei commenti all’annuncio sulla pagina del Primo cittadino c’è chi chiede di non fare polemica politica, altri dicono invece "è la fine che farò anche io". Che siano questioni legate al clima all’interno dell’azienda ex-municipalizzata o questioni personali, resta il fatto che oggi un nostro concittadino ha scelto di smetterla di vivere. E questa è una sconfitta, nostra e della città. “

          Come per il suicidio di qualsiasi lavoratore, dopo circa 20-40 nanosecondi il datore di lavoro dichiara che il lavoro non c’entra niente: invece quello è il contesto sociale-pubblico più importante, per i singoli, per il loro modo di presentarsi, e per la società stessa.  Pensiamo ad un lavoratore mobbizzato, aggredito, isolato dai colleghi, vessato (cose stranote a tutti) che torna a casa e gli chiedono: “Allora, cosa hai fatto oggi ?”  : NULLA.   Il messaggio che gli invia, che gli impone il datore di lavoro è “Tu non conti nulla, non sei importante, non esisti”.  

             L’Italia resta arretrata: solo nel 2008 ha riconosciuto che il lavoro può causare stress specifico, solo nel 2011 è entrato in vigore il DL 81/2008 …. sulla carta.  Perchè la cultura dei luoghi di lavoro è dura a cambiare.