L’invidia, una confessione di inferiorità

E’ il sentimento più nascosto, di cui ci si vergogna perché è un’ammissione di inferiorità.   Il peggio avviene quando questa “inferiorità” (1)  non viene da fattori “oggettivi” (ammesso e non concesso che possano esserci, es. una gara sportiva, lo stipendio, la grandezza di una casa) o sociali (la posizione lavorativa, lo status e l’immagine sociale), e nemmeno dall’inesauribile fonte che è la società (dei consumi, dell’immagine, dell’apparire), ma da una gara che l’invidioso si costruisce principalmente da solo, in solitario, nella sua mente, senza che nessuno, nemmeno a livello sociale, abbia sollevato nemmeno implicitamente il problema: l’invidia che nasce da dentro, quindi ineliminabile. 

        Qualsiasi cosa fa o pensa l’invidioso non fa che peggiorare la sua situazione, lui si è creato una trappola e ci sbatte il muso. E’ purtroppo vero che la società propone sempre più confronti e modelli competitivi, ipercompetitivi, [e sembra che va sempre peggio] ma non tutti sono invidiosi, e soprattutto non tutti lo sono al punto da danneggiarsi da soli.  E per non danneggiarsi con la propria invidia non serve avere qualche oggetto di lusso, o qualche qualità personale eccezionale: bisogna solo smettere di partecipare alle competizioni ed essere se stessi.  Anche quella dell’autostima è una frottola, perché i nostri pensieri su noi stessi sono già molto distorti da mille fattori e inseguire l’autostima è come invidiare qualcosa.

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